Dal 19 luglio 2026 chi vende abbigliamento e calzature nell’Unione europea non può più mandare al macero l’invenduto: è l’effetto più visibile del regolamento ESPR, che ha trasformato l’ecodesign da buona pratica volontaria a obbligo di legge. L’ecodesign (o progettazione ecosostenibile) è l’approccio che integra i requisiti ambientali nella progettazione di un prodotto fin dall’inizio: materiali, durata, consumi, possibilità di riparazione e riciclo vengono decisi al tavolo di progetto, non corretti a valle. La posta in gioco è alta, perché secondo la Commissione europea fino all’80% dell’impatto ambientale di un prodotto si determina proprio in fase di progettazione. Per le PMI italiane che producono o importano beni fisici, capire cosa significa ecodesign oggi vuol dire anche capire quali regole arriveranno tra il 2026 e il 2030.
Cosa significa ecodesign: definizione e principi
L’ecodesign è la metodologia di progettazione che considera l’intero ciclo di vita del prodotto — estrazione delle materie prime, produzione, distribuzione, uso, fine vita — con l’obiettivo di ridurne l’impatto ambientale complessivo senza sacrificarne prestazioni e funzione. Non coincide con il semplice uso di materiali “green”: un prodotto in bioplastica che si rompe dopo sei mesi e non si può riparare è un cattivo esempio di ecodesign, mentre un elettrodomestico in acciaio che dura quindici anni e si smonta con un cacciavite ne è uno buono.
I principi operativi sono riconoscibili. La durabilità: progettare perché il prodotto duri, resista all’usura e non diventi obsoleto dopo pochi cicli d’uso. La riparabilità: componenti accessibili, ricambi disponibili, assemblaggi che si aprono senza distruggere il pezzo (un tema che merita un discorso a parte, tra punteggi di riparabilità e diritto alla riparazione). La riciclabilità: scegliere materiali separabili a fine vita, limitare accoppiati e colle che rendono il riciclo antieconomico, usare contenuto riciclato dove le prestazioni lo consentono. Infine l’efficienza di energia e risorse: meno materiale a parità di funzione, meno consumi in fase d’uso, meno scarti di lavorazione.
A questi si aggiungono criteri che il legislatore europeo ha reso espliciti: possibilità di rigenerazione (remanufacturing), riduzione delle sostanze chimiche che ostacolano il riciclo, impronta di carbonio e ambientale misurabile. Chi vuole inquadrare il tema nel contesto più ampio della produzione sostenibile trova un quadro completo nell’analisi su come l’eco design riduce l’impatto ambientale dei prodotti.
Esempi di ecodesign: prodotti e aziende
Gli esempi più citati aiutano a capire che l’ecodesign è una scelta industriale, non un esercizio estetico. Il caso di scuola è Fairphone, l’azienda olandese che produce smartphone modulari: batteria, schermo e fotocamera si sostituiscono con un cacciavite, i materiali includono quote certificate di riciclato e il supporto software è garantito per anni. Il prodotto è progettato esplicitamente per durare e per essere riparato dall’utente, in controtendenza rispetto a un settore dove la sostituzione media avviene dopo due o tre anni.
Nel tessile, l’olandese MUD Jeans produce denim con cotone riciclato e riprende i capi a fine vita per rigenerarne le fibre, arrivando a proporre il jeans in abbonamento: il modello di business stesso è costruito attorno alla circolarità del prodotto. Su scala molto più grande, IKEA ha adottato criteri di circular design per i nuovi prodotti — smontabilità, ricambi, materiali rinnovabili o riciclati — e ha affiancato programmi di riacquisto e rivendita dell’usato.
Ci sono poi esempi meno visibili ma quotidiani: i detersivi concentrati e le ricariche che tagliano plastica e trasporti a parità di lavaggi, gli imballaggi monomateriale progettati per il riciclo effettivo, i motori elettrici industriali ad alta efficienza che rientrano da anni nei requisiti europei di progettazione. In tutti questi casi la logica è identica: la decisione ambientale rilevante è stata presa in fase di progetto.
Il regolamento ESPR: requisiti, passaporto digitale e stop alla distruzione dell’invenduto
Il regolamento (UE) 2024/1781 (Ecodesign for Sustainable Products Regulation, ESPR), in vigore dal 18 luglio 2024, sostituisce la direttiva 2009/125/CE e cambia scala: dai soli prodotti connessi all’energia si passa a quasi tutti i beni fisici immessi sul mercato europeo, inclusi componenti e prodotti intermedi. Restano fuori poche categorie, tra cui alimenti, mangimi, medicinali, piante e animali vivi. Vale anche per chi importa: un prodotto fabbricato fuori dall’UE deve rispettare gli stessi requisiti per entrare nel mercato unico.
L’ESPR è un regolamento quadro: fissa i parametri su cui la Commissione, gruppo di prodotti per gruppo di prodotti, adotterà atti delegati con requisiti vincolanti. I parametri sono quelli dell’articolo 5: durabilità, affidabilità, riutilizzabilità, riparabilità, aggiornabilità, contenuto riciclato, riciclabilità, presenza di sostanze problematiche, efficienza energetica e delle risorse, impronta di carbonio e ambientale, rifiuti generati.
Due strumenti meritano attenzione. Il primo è il passaporto digitale di prodotto (Digital Product Passport, DPP): un registro elettronico, accessibile tramite un vettore dati sul prodotto, che raccoglie le informazioni su composizione, prestazioni ambientali, riparabilità e fine vita. Arriverà insieme ai requisiti di ciascun gruppo di prodotti; per i beni con etichetta energetica le informazioni passeranno dalla banca dati europea EPREL. Il secondo è il divieto di distruzione dei prodotti di consumo invenduti: per abbigliamento, accessori di abbigliamento e calzature (allegato VII del regolamento) scatta il 19 luglio 2026. Il regolamento delegato (UE) 2026/296 ha definito le deroghe ammesse — prodotti pericolosi per salute o sicurezza, non conformi, contraffatti, danneggiati o non idonei al riuso — e già oggi le grandi imprese che scartano invenduto devono renderne pubblici ogni anno quantità e motivazioni. Micro e piccole imprese sono esentate dal divieto; le medie beneficiano di una deroga fino al 19 luglio 2030.
Piano di lavoro 2025-2030: le scadenze che riguardano le PMI
Il 16 aprile 2025 la Commissione ha adottato il primo piano di lavoro ESPR 2025-2030, che indica su quali prodotti arriveranno i primi requisiti. Le categorie prioritarie sono acciaio e alluminio, tessile (con focus sull’abbigliamento), mobili, materassi e pneumatici, oltre ai prodotti connessi all’energia, per i quali i nuovi requisiti sono attesi entro il 31 dicembre 2026. A queste si aggiungono misure orizzontali su riparabilità dell’elettronica di consumo e dei piccoli elettrodomestici e sulla riciclabilità delle apparecchiature elettriche ed elettroniche. Per il tessile l’atto delegato è previsto indicativamente nel 2027, mentre per le calzature uno studio dedicato si concluderà entro fine 2027.
Per una PMI italiana la traduzione pratica è questa: se opera in una delle filiere prioritarie — o le fornisce componenti e semilavorati — i requisiti la raggiungeranno tra il 2027 e il 2030, con periodi transitori per adeguarsi. Il lavoro da fare adesso non è normativo ma organizzativo: mappare i dati di prodotto che il passaporto digitale richiederà (materiali, fornitori, contenuto riciclato, riparabilità), verificare quanto la distinta base attuale sia compatibile con requisiti di durabilità e riciclo, e seguire le consultazioni pubbliche sugli atti delegati del proprio settore, dove anche le associazioni di categoria portano la voce delle imprese minori. La Commissione ha messo nero su bianco l’impegno a prevedere sostegni dedicati a PMI e microimprese: chi arriva preparato trasforma un obbligo in un argomento di vendita, perché durabilità e trasparenza documentate diventano criteri d’acquisto per i clienti industriali prima ancora che per i consumatori.
Domande frequenti
Ecodesign e design sostenibile sono la stessa cosa?
Nell’uso comune sì: ecodesign, design ecosostenibile e progettazione ecosostenibile indicano tutti la progettazione che riduce l’impatto ambientale lungo il ciclo di vita del prodotto. In senso stretto l’ecodesign si concentra sulla variabile ambientale, mentre il design sostenibile può includere anche dimensioni sociali ed economiche. Nei testi normativi europei il termine di riferimento è “progettazione ecocompatibile”.
Da quando si applicano i nuovi requisiti di ecodesign del regolamento ESPR?
Il regolamento è in vigore dal 18 luglio 2024, ma i requisiti concreti arrivano per gradi: la Commissione adotta atti delegati per singoli gruppi di prodotti, con periodi transitori per l’adeguamento. Il piano di lavoro 2025-2030 indica i primi settori (acciaio, alluminio, tessile, mobili, pneumatici, materassi); i primi atti sono attesi dal 2026-2027 in avanti.
Cos’è il passaporto digitale di prodotto previsto dall’ESPR?
È un registro elettronico associato al singolo prodotto, accessibile tramite un codice sul prodotto stesso, che ne documenta composizione, contenuto riciclato, prestazioni ambientali, riparabilità e istruzioni per il fine vita. Diventerà obbligatorio gruppo per gruppo, insieme ai requisiti di ecodesign di ciascuna categoria, e servirà a consumatori, riparatori, riciclatori e autorità di vigilanza.
Il divieto di distruggere l’invenduto riguarda anche le PMI?
Non subito. Il divieto, che dal 19 luglio 2026 copre abbigliamento, accessori di abbigliamento e calzature, non si applica alle micro e piccole imprese, mentre le medie imprese ne sono esentate fino al 19 luglio 2030. Restano ammesse deroghe specifiche, definite dal regolamento delegato (UE) 2026/296, per prodotti non sicuri, non conformi, contraffatti o inservibili.