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Advisory board: significato, cos’è e come costituirne uno

Il significato di advisory board è meno ambiguo di quanto il nome inglese lasci pensare: è un consiglio consultivo, cioè un gruppo ristretto di esperti esterni all’azienda che affianca l’imprenditore e il management con pareri strategici non vincolanti. Non amministra, non delibera, non firma: consiglia. Per una PMI che prepara un’acquisizione, l’ingresso in un mercato estero o il passaggio generazionale, è il modo più rapido per portarsi in casa competenze da grande impresa senza toccare la struttura societaria. La confusione con il consiglio di amministrazione, però, è frequente, e conviene scioglierla subito: è proprio in quella differenza che sta il senso dell’istituto.

Advisory board: significato e differenze rispetto al consiglio di amministrazione

Il consiglio di amministrazione è un organo sociale disciplinato dal codice civile: i suoi membri sono nominati dall’assemblea, risultano iscritti al Registro delle Imprese e gestiscono la società con poteri deliberativi e di rappresentanza. Soprattutto, rispondono del proprio operato. L’art. 2392 c.c. li rende responsabili in solido verso la società dei danni derivanti dall’inosservanza dei doveri imposti da legge e statuto, con la diligenza richiesta dalla natura dell’incarico e dalle loro specifiche competenze; l’art. 2381 c.c. regola deleghe, flussi informativi e il dovere di agire in modo informato.

L’advisory board sta fuori da tutto questo. Non è previsto da alcuna norma del codice civile, non richiede modifiche statutarie né atti notarili, non va iscritto in alcun registro. I suoi membri non hanno potere deliberativo: esprimono pareri che gli amministratori restano liberi di seguire o ignorare, e la responsabilità delle decisioni rimane interamente in capo a chi le assume. Un advisor non risponde ex art. 2392 c.c. verso la società o i creditori; i suoi obblighi nascono semmai dal contratto di incarico, tipicamente in materia di riservatezza e diligenza professionale.

C’è un solo punto in cui il confine si fa scivoloso: l’amministratore di fatto. Se un advisor smette di consigliare e inizia a decidere in modo sistematico e continuativo, impartendo direttive alla struttura come farebbe un amministratore, la giurisprudenza può attribuirgli le responsabilità corrispondenti, a prescindere dall’etichetta formale. È la ragione per cui il perimetro consultivo dell’organismo va messo per iscritto, come si vedrà a proposito del regolamento.

A cosa serve concretamente in una PMI

Spogliato di ogni potere, l’advisory board vale per quello che sa, non per quello che può firmare. Nelle PMI italiane viene costituito soprattutto per tre ragioni pratiche.

La prima è colmare lacune di competenze che non giustificano un’assunzione dirigenziale: internazionalizzazione, finanza straordinaria, digitale, sostenibilità. Un imprenditore che valuta la prima acquisizione o l’apertura di una filiale estera raramente ha in organico chi l’ha già fatto; un advisor che ha condotto dieci operazioni simili gli evita gli errori più costosi al prezzo di qualche riunione l’anno.

La seconda è lo sguardo esterno. Nelle imprese familiari il vertice tende a confrontarsi sempre con le stesse persone, spesso legate all’azionista da rapporti di dipendenza o parentela. Un consiglio consultivo ben composto è una sede in cui le idee del titolare vengono messe alla prova prima di diventare investimenti, senza le dinamiche di deferenza che inquinano il confronto interno.

La terza è la rete di relazioni: advisor con una storia professionale solida aprono porte verso banche, fondi, potenziali partner industriali e controparti di operazioni di M&A. Non a caso l’organismo compare spesso proprio quando l’impresa si prepara a un’operazione straordinaria o all’ingresso di investitori, che leggono la presenza di un advisory board qualificato come un segnale di maturità della governance.

Come costituirne uno: numero di membri, profili e reclutamento

La prassi più diffusa indica una composizione di 3-5 membri. Sotto i tre il confronto si impoverisce; sopra i cinque le riunioni diventano difficili da coordinare e i costi crescono senza un guadagno proporzionale di prospettive. Il numero pari non è un problema, perché l’organismo non vota: discute.

Sui profili, la regola è la complementarità rispetto a ciò che l’azienda ha già. Le combinazioni più ricorrenti mettono insieme un manager o ex imprenditore con esperienza diretta nel settore o nel mercato che si vuole aggredire, un profilo finanziario che conosca operazioni straordinarie e rapporti con gli investitori e un esperto della funzione critica del momento, che sia tecnologia, export o supply chain. Serve poi un coordinatore che prepari l’ordine del giorno, gestisca il calendario e tenga il filo tra una riunione e l’altra: senza, l’organismo si spegne in pochi mesi.

Per il reclutamento le strade concrete sono la rete professionale dell’imprenditore e dei suoi consulenti, le associazioni di categoria e le community di amministratori indipendenti e non esecutivi come NedCommunity, oltre alla ricerca mirata tramite società di executive search per i profili più difficili. L’incarico si formalizza con una semplice lettera di nomina accompagnata da un accordo di riservatezza; la durata tipica è annuale, rinnovabile, così che entrambe le parti possano uscire senza attriti se il rapporto non funziona.

Un’avvertenza di perimetro: quanto detto qui riguarda l’advisory board strutturato, con incarichi formalizzati e regolamento. Le imprese ai primi anni di vita partono di solito da qualcosa di più leggero, fatto di mentor e confronti periodici senza veste contrattuale: a quel modello è dedicata la guida su come funziona un advisory board informale nelle giovani imprese.

Compensi tipici e cosa mettere nel regolamento interno

Sui compensi non esistono tariffari di riferimento e diffidare di chi cita cifre standard è già un buon criterio. Le forme ricorrenti sono tre: il gettone di presenza per singola riunione, che nelle PMI più piccole resta spesso simbolico, poco più di un rimborso spese; il compenso annuo forfettario, adottato quando all’advisor si chiede disponibilità continuativa anche fuori dalle riunioni; l’equity o le stock option, tipiche delle startup che non hanno cassa ma possono offrire una quota del proprio potenziale. L’importo effettivo dipende dal peso del profilo e dall’impegno richiesto, e va negoziato come qualunque incarico professionale.

Il regolamento interno è il documento che tiene insieme tutto, e proprio perché l’advisory board non ha una disciplina di legge conviene scriverlo bene. I contenuti minimi: la missione e il perimetro dei temi su cui l’organismo si esprime; la clausola esplicita sulla natura consultiva e non vincolante dei pareri, che protegge gli advisor e chiarisce i ruoli; composizione, durata e modalità di rinnovo; frequenza e forma delle riunioni, con la cadenza trimestrale come standard più diffuso; obblighi di riservatezza e regole sui conflitti di interesse, decisive se gli advisor operano anche per altre imprese; compensi, rimborsi e cause di cessazione dell’incarico.

L’indicazione operativa, per chi parte da zero: meglio cominciare con tre membri, un mandato di dodici mesi e un obiettivo dichiarato, ad esempio preparare l’azienda a un’operazione di crescita esterna. Alla scadenza, la verifica è una sola: i pareri ricevuti hanno cambiato almeno una decisione rilevante? Se la risposta è no, si cambiano i membri o si chiude l’esperimento. Un advisory board che produce solo riunioni è un costo travestito da governance.

Domande frequenti

I membri di un advisory board rispondono dei danni come gli amministratori?

No: gli advisor non assumono la responsabilità prevista dall’art. 2392 c.c., che riguarda gli amministratori della società. Rispondono solo degli obblighi contrattuali assunti con l’incarico, come riservatezza e diligenza professionale. L’eccezione è l’advisor che si ingerisce stabilmente nella gestione: in quel caso può essere qualificato amministratore di fatto e risponderne come tale.

Serve un atto notarile o una modifica dello statuto per creare un advisory board?

No. L’advisory board non è un organo sociale previsto dal codice civile, quindi non richiede delibere assembleari, modifiche statutarie, atti notarili né iscrizione al Registro delle Imprese. Bastano una lettera di incarico per ciascun membro, un accordo di riservatezza e un regolamento interno che definisca perimetro, durata, riunioni e compensi.

Ogni quanto si riunisce un advisory board?

La cadenza più diffusa è trimestrale, con la possibilità di consultazioni individuali informali tra una riunione e l’altra, anche per telefono o email. Riunioni più frequenti hanno senso solo in fasi straordinarie, come la preparazione di un’acquisizione. Ciò che conta più della frequenza è l’ordine del giorno: pochi temi, definiti in anticipo dal coordinatore.

Quanto costa un membro di un advisory board?

Non esistono tariffe standard: il costo dipende dal profilo dell’advisor e dall’impegno richiesto. Le forme abituali sono il gettone di presenza per riunione, spesso contenuto nelle PMI di minori dimensioni, il compenso annuo forfettario per una disponibilità continuativa e l’equity o le stock option nelle startup, che remunerano gli advisor con una quota del capitale.

Un advisory board può firmare contratti o rappresentare la società?

No. L’advisory board non ha poteri di rappresentanza né deliberativi: non firma contratti, non impegna la società verso terzi e non adotta decisioni gestionali. Ogni atto resta di competenza degli amministratori, che possono liberamente recepire o disattendere i pareri ricevuti. Se serve che un advisor operi per la società, va nominato con una procura specifica o cooptato nel CdA.