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Violazione dei covenant bancari: cosa succede e come rimediare

Un covenant sforato non è un ritardo nei pagamenti: le rate possono essere tutte puntuali e l’impresa trovarsi comunque, sulla carta, inadempiente. La violazione di un covenant produce infatti quello che i contratti chiamano technical default: il finanziamento entra in stato di inadempimento nel momento in cui il parametro esce dalla soglia pattuita, a prescindere dai flussi di cassa. Cosa siano queste clausole e come si negoziano prima della firma lo trovi nella guida alla negoziazione dei covenant bancari per le PMI; qui vediamo cosa succede dopo, quando il parametro è già fuori soglia, e quali mosse ha a disposizione chi guida l’azienda.

Cosa scatta dopo la violazione del covenant: event of default e cross default

Nei contratti di finanziamento la violazione di un covenant finanziario compare quasi sempre nell’elenco degli events of default, gli eventi che attribuiscono alla banca una serie di facoltà unilaterali. Il punto tecnico da capire è che si tratta di facoltà, non di automatismi: al verificarsi dell’evento la banca può risolvere il contratto in forza di una clausola risolutiva espressa, recedere dal rapporto oppure dichiarare la decadenza dal beneficio del termine. È quest’ultima l’arma più pesante: l’intero debito residuo diventa immediatamente esigibile, e un mutuo a cinque anni si trasforma in un’obbligazione da rimborsare subito. Il codice civile, all’art. 1186, riconosce al creditore questo diritto quando il debitore è divenuto insolvente o ha diminuito le garanzie prestate; i contratti di finanziamento lo estendono per via pattizia agli sforamenti dei parametri. Anche in questo caso la decadenza non opera da sola: la banca deve dichiarare per iscritto di volersene avvalere.

La vera moltiplicazione del danno arriva però dalle clausole di cross default. Se presenti, l’inadempimento su un contratto costituisce evento di default anche su tutti gli altri finanziamenti che le contengono, spesso pure quelli con banche diverse. Uno sforamento su una singola linea da un milione può così mettere in tensione l’intero indebitamento bancario del gruppo. Una variante meno aggressiva è la cross acceleration, che scatta solo se il primo creditore ha effettivamente richiesto il rimborso anticipato: in fase di stipula conviene battersi per questa formulazione.

C’è infine il fronte delle segnalazioni. La violazione non finisce di per sé in Centrale dei Rischi, ma incide sulla valutazione interna del merito creditizio: la banca può rivedere il rating, e se concede modifiche contrattuali a un’impresa giudicata in difficoltà finanziaria deve classificare l’esposizione come forborne secondo le regole di vigilanza, con possibile passaggio a inadempienza probabile (UTP) nei casi più seri. Classificazioni che costano alla banca in termini di accantonamenti: un dettaglio che, come vedremo, gioca a favore di chi negozia.

Waiver, reset e rinegoziazione: le tre vie d’uscita

Nella pratica le banche italiane raramente accelerano il rimborso al primo sforamento: revocare un affidamento a un’impresa che paga le rate significa spesso trasformare un problema contabile in una perdita vera. Lo strumento standard è il waiver, la rinuncia scritta della banca a far valere quella specifica violazione per quello specifico periodo di test. Va chiesto formalmente, prima possibile e idealmente prima della data di verifica del parametro, allegando i dati che dimostrano la natura temporanea dello sforamento. Il waiver ha un prezzo: quasi sempre una commissione una tantum (waiver fee), talvolta un ritocco dello spread o richieste di garanzie integrative. Ed è per definizione un cerotto, valido una volta sola.

Se lo sforamento è strutturale, cioè destinato a ripetersi ai test successivi, chiedere waiver in serie è la strategia sbagliata: ogni richiesta erode credibilità e ogni concessione ripetuta spinge la banca verso la classificazione a forborne. La strada corretta è il reset dei covenant: la modifica contrattuale delle soglie per i periodi futuri, costruita su un piano economico-finanziario aggiornato e credibile. Un reset ben negoziato prevede soglie più larghe nei primi test e un rientro graduale verso i livelli originari, così che la banca legga un percorso e non una resa.

Terza opzione, la rinegoziazione complessiva: riscadenzamento del debito, periodi di preammortamento, ridefinizione del pacchetto di garanzie. Ha senso quando il problema non è il singolo parametro ma la sostenibilità del servizio del debito nel suo insieme. In tutti e tre i casi conviene arrivare al tavolo con una proposta già strutturata: chi si presenta con cause dello sforamento, proiezioni a dodici mesi e azioni correttive ottiene condizioni migliori di chi aspetta la contestazione. Utile anche negoziare, dove manca, una clausola di equity cure, che consente ai soci di sanare il breach con un apporto di capitale entro un termine definito.

Prevenire lo sforamento: monitoraggio, early warning e adeguati assetti

Un covenant non si sfora mai all’improvviso: si sfora nei dodici mesi in cui nessuno guardava il cruscotto. La prevenzione ha una logica semplice: ricalcolare i parametri contrattuali a ogni chiusura contabile infrannuale, non solo alla data di test, e misurare l’headroom, cioè la distanza tra valore corrente e soglia. Quando il margine si assottiglia, il forecast a dodici mesi deve dire se si tratta di stagionalità o di deriva strutturale, perché le due situazioni portano a risposte diverse (attesa documentata nel primo caso, richiesta di reset nel secondo).

Questo non è solo buona pratica finanziaria: è un obbligo giuridico. L’art. 2086 c.c. impone all’imprenditore collettivo di istituire assetti organizzativi, amministrativi e contabili adeguati anche alla rilevazione tempestiva della crisi, e il Codice della Crisi d’impresa (D.Lgs. 14/2019) declina all’art. 3 i segnali di allarme che quegli assetti devono intercettare: tra questi, esposizioni verso banche scadute da più di sessanta giorni o sconfinamenti oltre le soglie di rilievo. Un covenant sforato, o vicino allo sforamento, è a tutti gli effetti un early warning da trattare dentro questo sistema: ignorarlo espone gli amministratori a profili di responsabilità, documentarne il monitoraggio e le contromisure li protegge. C’è anche un risvolto relazionale: le banche valutano ormai il credito in ottica prospettica, sui piani e sulla qualità degli assetti, e l’impresa che porta reporting trimestrale affidabile viene trattata da controparte, non da pratica.

Un caso realistico: PFN/EBITDA a 4,1 contro una soglia di 3,5

Prendiamo una PMI meccanica con un finanziamento da 2 milioni e un covenant PFN/EBITDA non superiore a 3,5, testato sul bilancio annuale. A settembre il controllo di gestione segnala che, tra slittamento di due commesse e aumento del circolante, il rapporto a fine anno chiuderà intorno a 4,1. Mancano mesi al test: è il momento di muoversi, non di sperare.

L’impresa prepara un dossier di poche pagine: cause dello sforamento (ricavi rinviati, non persi: il portafoglio ordini lo dimostra), proiezioni 2027 con rientro del rapporto sotto 3,5, azioni già avviate sul circolante. Poi convoca la banca prima che sia la banca a convocare lei, e mette sul tavolo una proposta doppia: waiver sul test in corso e reset della soglia a 4,0 per il test successivo, con ritorno a 3,5 dall’esercizio dopo. In cambio offre reporting trimestrale sul parametro e un impegno a non distribuire dividendi finché il rapporto resta sopra la soglia originaria. La banca chiede una waiver fee e accetta: per lei un accordo documentato vale più di una posizione da riclassificare. Sei mesi dopo il parametro rientra e il rapporto bancario ne esce rafforzato. La lezione sta tutta nella sequenza: chi scopre lo sforamento dal proprio cruscotto tratta, chi lo scopre da una raccomandata subisce.

Domande frequenti

La banca può chiedere il rimborso immediato se sforo un covenant?

Sì, se il contratto qualifica la violazione come event of default la banca può dichiarare la decadenza dal beneficio del termine e rendere esigibile l’intero debito residuo. Non è però un automatismo: serve una dichiarazione espressa della banca, e nella prassi l’accelerazione è l’ultima opzione, preceduta da richieste di chiarimenti, waiver o rinegoziazione delle condizioni.

La violazione di un covenant viene segnalata in Centrale dei Rischi?

No, lo sforamento in sé non genera una segnalazione negativa in Centrale dei Rischi. Incide però sul rating interno della banca e, se questa concede modifiche contrattuali a un’impresa in difficoltà finanziaria, l’esposizione va classificata come forborne secondo le regole di vigilanza, con possibile passaggio a inadempienza probabile nei casi più gravi. Sono classificazioni visibili nel tempo al sistema bancario.

Quanto costa ottenere un waiver dalla banca?

Il costo tipico è una commissione una tantum, la waiver fee, il cui importo dipende da entità del finanziamento, gravità dello sforamento e forza negoziale delle parti; possono aggiungersi un aumento dello spread o garanzie integrative. Conviene chiederlo prima della data di test, con dati che dimostrino la natura temporanea del problema: la tempestività riduce quasi sempre il prezzo complessivo.

Conviene tacere sperando che la banca non si accorga dello sforamento?

No. I contratti prevedono di norma obblighi informativi e dichiarazioni periodiche di conformità ai parametri: tacere trasforma uno sforamento tecnico in una violazione degli obblighi di comunicazione, molto più difficile da sanare. Inoltre un covenant fuori soglia è un segnale di allarme rilevante anche ai fini del Codice della Crisi: gestirlo e documentarlo protegge gli amministratori, ignorarlo li espone.